domenica 4 agosto 2013

Re Giorgio, che fai? Sei correo, ipocrita o sotto ricatto da certi "magistrati"...?

Napolitano sveglia

C'è in gioco la democrazia e il Presidente fa l'offeso. Ma quando toccò a lui la porcata giudiziaria...

Napolitano è infuriato col Pdl? Pazienza, ce ne faremo una ragione. Bersani dice di aver perso la pazienza per l'atteggiamento del Pdl? E chi se ne frega, si accomodi, lui e il Pd, fuori dal governo che tanto andrà a sbattere per la seconda volta in pochi mesi.
Dopo aver messo agli arresti Berlusconi ora pretendono pure di silenziare il Pdl e i suoi milioni di elettori. Addirittura stanno facendo passare per adunata sediziosa la manifestazione di oggi a Roma di sostegno a Silvio Berlusconi. Attenti alle parole, dicono minacciosi. Di mio propongo due o tre slogan: Giudici banditi, Napolitano sveglia, Libertà. Ma Napolitano non potrà ascoltarli perché al Popolo della libertà sarà impedito di sfilare fino a piazza del Quirinale, la stessa che invece venne aperta ai contestatori di Berlusconi la notte delle drammatiche dimissioni da premier. In questo Paese tutto funziona a due velocità e morali: c'è una giustizia per chi è di destra e una per chi è di sinistra, le piazze della sinistra sono democratiche, le altre eversive e via dicendo.
Se avesse solo un po' di coraggio, dovrebbe essere lo stesso Napolitano ad aprire piazza del Quirinale in segno di rispetto e ascolto verso dieci milioni di italiani. Che vivono lo stesso dolore che ha provato lui quando una giustizia banditesca e fuori controllo voleva metterlo alla berlina e mandarlo sotto processo dopo aver origliato illegalmente alcune sue imbarazzanti telefonate. Un suo amico e consigliere fidato, Loris D'Ambrosio, morì d'infarto per la preoccupazione e la vergogna, vittima di una giustizia non sacra ma assassina. La vendetta del presidente fu spietata: pretese e ottenne la sua stessa assoluzione, le prove furono bruciate, i protagonisti di quella infamia, in testa Ingroia e Di Pietro, sono finiti a zappare l'orto e gli è andata ancora bene.
E allora che facciamo presidente? Non è bello che quando tocca a lei difendersi da giudici scellerati non si vada giù per il sottile, quando tocca ad altri si urli invece al golpe e si vietino le piazze. Non abbia paura, signor presidente, ci dimostri che lei con questa porcata non ha nulla a che fare, altrimenti i maligni che parlano di una sua discreta complicità nell'omicidio di Berlusconi avranno sempre più spazio. E, sarebbe brutto scoprirlo, pure ragione.

sabato 3 agosto 2013

...ed io che pensavo che i GIUDICI dovessero essere EQUI e SUPER PARTES...

Alla faccia dell'imparzialità, della compostezza, del volere impartire la giustizia: alcuni giudici sembrano più facinorosi degli hooligans inglesi, meno equanimi di Moggi messo ad arbitrare la Juventus...
Se non stessi vomitando dallo schifo e dall'indignazione potrei rotolarmi per terra dal ridere, e mi chiedo: ma Re Giorgio, a capo della Magistratura, non muove un dito perché è un ipocrita peggiore di questi "magistrati" o è sotto ricatto proprio da loro?
Molto probabilmente entrambe le cose!!!
Mi sento orgogliosa di essere italiana soltanto perché esistono persone come SILVIO BERLUSCONI!



Così infangava Berlusconi il giudice che l'ha condannato

Il presidente della sezione feriale della Cassazione parlò di presunte gare erotiche del premier con due deputate del Pdl. E anticipò la condanna di Vanna Marchi che emise due giorni dopo. Le malignità sul Cav raccolte al Due Torri di Verona nel marzo 2009

Questo è l'articolo più difficile che mi sia capitato di scrivere in 40 anni di professione. Un amico magistrato, due avvocati, mia moglie e persino il giornalista Stefano Lorenzetto mi avevano caldamente dissuaso dal cimentarmi nell'impresa. Ma il cittadino italiano che, sia pure con crescente disagio, sopravvive in me, s'è ribellato: «Devi!».
Il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito
Dunque eseguo per scrupolo di coscienza.
In una nota diramata dal Quirinale dopo la condanna definitiva inflitta a Silvio Berlusconi, il capo dello Stato ci ha spiegato che «la strada maestra da seguire» è «quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura». Ebbene, signor Presidente, qui devo dichiarare pubblicamente e motivatamente che fatico a nutrire questi due sentimenti - fiducia e rispetto - per uno dei giudici che hanno emesso il verdetto di terzo grado del processo Mediaset. Non un giudice qualunque, bensì Antonio Esposito, il presidente della seconda sezione della Corte suprema di Cassazione che ha letto la sentenza a beneficio delle telecamere convenute da ogni dove in quello che vorrei ostinarmi a chiamare Palazzo di Giustizia di Roma, e non, come fa la maggioranza degli italiani, Palazzaccio.
Vado giù piatto: ritengo che il giudice Esposito fosse la persona meno adatta a presiedere quell'illustre consesso e a sanzionare in via definitiva l'ex premier. Ho infatti serie ragioni per sospettare che non fosse animato da equanimità e serenità nei confronti dell'imputato. Di più: che nutrisse una forte antipatia per il medesimo, come del resto ipotizzato da vari giornali. Di più ancora: che il giudice Esposito sia venuto meno in almeno due situazioni, di cui sono stato involontario spettatore, ai doveri di correttezza, imparzialità, riserbo e prudenza impostigli dall'alto ufficio che ricopre.
Vengo al sodo. 2 marzo 2009, consegna del premio Fair play a Verona. L'avvocato Natale Callipari, presidente del Lions club Gallieno che lo patrocina, m'invita in veste di moderatore-intervistatore. È un'incombenza che mi capita tutti gli anni. In passato hanno ricevuto il riconoscimento Giulio Andreotti, Ferruccio de Bortoli, Pietro Mennea, Gianni Letta. Nel 2009 la scelta della giuria era caduta su Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione. Nell'occasione l'ex giudice istruttore dei processi per l'assassinio di Aldo Moro e per l'attentato a Giovanni Paolo II giunse da Roma accompagnato da un carissimo amico: Antonio Esposito. Proprio lui, l'uomo del giorno. Col quale condivisi il compito di presentare un libro sul caso Moro, Doveva morire (Chiarelettere), che Imposimato aveva appena pubblicato.
Seguì un ricevimento all'hotel Due Torri. E qui accadde il fattaccio. Al tavolo d'onore ero seduto fra Imposimato ed Esposito. Presumo che quest'ultimo ignorasse per quale testata lavorassi, giacché nel bel mezzo del banchetto cominciò a malignare, con palese compiacimento, circa il contenuto di certe intercettazioni telefoniche riguardanti a suo dire il premier Berlusconi, sulle quali vari organi di stampa avevano ricamato all'epoca della vicenda D'Addario, salvo poi smentirsi. Il presidente della seconda sezione penale della Cassazione dava segno di conoscerne a fondo il contenuto, come se le avesse ascoltate. Si soffermò sulle presunte e specialissime doti erotiche che due deputate del Pdl, delle quali fece nome e cognome, avrebbero dispiegato con l'allora presidente del Consiglio. A sentire l'eminente magistrato, nella registrazione il Cavaliere avrebbe persino assegnato un punteggio alle amanti. «E indovini chi delle due vince la gara?», mi chiese retoricamente Esposito. Siccome non potevo né volevo replicare, si diede da solo la risposta: «La (omissis), caro mio! Chi l'avrebbe mai detto?».
Io e un altro commensale, che sedeva alla sinistra del giudice della Cassazione, ci guardavamo increduli, sbigottiti. Ho rintracciato questa persona per essere certo che la memoria non mi giocasse brutti scherzi. Trattasi di uno stimato funzionario dello Stato, collocato in pensione pochi giorni fa. Non solo mi ha confermato che ricordavo bene, ma era ancora nauseato da quello sconcertante episodio. Per maggior sicurezza, ho interpellato un altro dei presenti a quella serata. Mi ha specificato che analoghe affermazioni su Berlusconi, reputato «un grande corruttore» e «il genio del male», le aveva udite dalla viva voce del giudice Esposito prima della consegna del premio.
Non era ancora finita. Sempre lì, al ristorante del Due Torri, il giudice Esposito mi rivelò quale sarebbe stato il verdetto definitivo che egli avrebbe pronunciato a carico della teleimbonitrice Vanna Marchi, la quale pareva stargli particolarmente sui didimi: «Colpevole» (traduco in forma elegante, perché il commento del magistrato suonava assai più colorito). Infatti, meno di 48 ore dopo, un lancio dell'Ansa annunciava da Roma: «Gli amuleti non hanno salvato Vanna Marchi dalla condanna definitiva a 9 anni e 6 mesi di reclusione emessa dalla seconda sezione penale della Cassazione». Incredibile: la Suprema Corte, recependo in pieno quanto confidatomi due giorni prima da Esposito, aveva accolto la tesi accusatoria del sostituto procuratore generale Antonello Mura, lo stesso che l'altrieri ha chiesto e ottenuto la condanna per Berlusconi. Ma si può rivelare a degli sconosciuti, durante un allegro convivio, quale sarà l'esito di un processo e, con esso, la sorte di un cittadino che dovrebbe essere definita, teoricamente, solo nel chiuso di una camera di consiglio?
Capisco che tutto ciò, pur supportato da conferme testimoniali che sono pronto a esibire in qualsiasi sede, scritto oggi sul Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi possa lasciare perplessi. Ma, a parte che non mi pareva onesto influenzare i giudici della Suprema Corte alla vigilia dell'udienza, v'è da considerare un fatto dirimente: alcuni dettagli dell'avventura che m'è capitata a marzo del 2009 li avevo riferiti nel mio libro Visti da lontano (Marsilio), uscito nel settembre 2011, dunque in tempi non sospetti, considerato che la sentenza di primo grado a carico di Berlusconi è arrivata più di un anno dopo, il 26 ottobre 2012, ed è stata confermata dalla Corte d'appello l'8 maggio scorso. Senza contare che il collegio dei giudici di Cassazione che ha deliberato sul processo Mediaset è stato istituito con criteri casuali solo di recente.
A pagina 52 di Visti da lontano, parlando di Imposimato (che non ha mai smentito le circostanze da me narrate), scrivevo: «Una sera andai a cena con lui dopo aver presentato un suo libro. Debbo riconoscere che sfoderò un'affabilità avvolgente, nonostante le critiche che gli avevo rivolto. Era accompagnato dal presidente di una sezione penale della Cassazione sommariamente abbigliato (cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera). Il quale, forse un po' brillo, mi anticipò lì a tavola, fra una portata e l'altra, quale sarebbe stato il verdetto del terzo grado di giudizio che poi effettivamente emise nei giorni seguenti a carico di una turlupinatrice di fama nazionale. Da rimanere trasecolati».
Allora concessi al mio occasionale interlocutore togato una misericordiosa attenuante: quella d'aver ecceduto con l'Amarone. Da giovedì sera mi sono invece convinto che, mentre a cena sproloquiava su Silvio Berlusconi e Vanna Marchi, era assolutamente lucido nei suoi propositi. Fin troppo.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

giovedì 1 agosto 2013

PENA DI MORTE A SILVIO BERLUSCONI (e poi negano che certi magistrati non stiano facendo politica?)

Avevo sperato fino all'ultimo in una sentenza di CONDANNA A MORTE immediatamente eseguibile ed eseguita: solo con questa sentenza il tribunale di guerra di Lenin e di Stalin avrebbe potuto raggiungere lo scopo di 20 anni di inseguimenti e meschine figuracce.

No, non si parla di un tossico che uccide ciclisti o bimbi che attraversano con la madre sulle strisce pedonali, e nemmeno chi uccide la propria compagna con 25 coltellate, o chi sevizia ed uccide a seguito di una rapina. Stiamo parlando di un uomo, ultrasettantenne, che da 20 ha osato pensare che l'Italia meritava quella LIBERTA' che i nostri nonni ci hanno regalato a costo della vita.
In effetti quanti "magistrati" possono vantare parenti che hanno patito per liberare la nostra Nazione? Non di certo di questi "togati" che si cospargono il viso di quintali di bronzeo metallo pur di raggiungere l'obiettivo di eliminare il ("il", cioè l'unico) Avversario politico che li ha battuti, che ha vinto anche la "gioiosa macchina da guerra" dopo che, appunto, qualche "magistrato" aveva tolto di mezzo i partiti avversari al PCI (Partito Comunista Italiano)

Hanno sbagliato! Ai due terzi di votanti in Italia va bene che girino liberi gli assassini, anche i più efferati, ma non chi pensa di regalar loro la libertà di voto (ricordiamo quando "certi magistrati" hanno vietato al PDL di partecipare alle elezioni nella Regione Lazio?), di pensiero (arrestano anche i giornalisti; beh solo quelli che non la pensano come loro, ovvio!) e di parola, questo va UCCISO! E mortificandone il corpo, gli eredi e gli amici. E chi lo ha votato e lo voterebbe ancora!

Cavoli, se fossimo una Nazione con le palle avremmo appeso per gli stessi attributi questa gentaglia pagata con le nostre imposte e che, quando sbaglia (anche per dolo o colpa grave) non paga mai in prima persona!
E invece, noi aspettiamo che riprenda il campionato di calcio e, come i vari Vendola o Marrazzo o Luxuria ecc ecc ci insegnano, rimaniamo a "90 gradi e con le mutandine calate"

CHE VERGOGNA, ITALIA!!!
Adesso speriamo che solo il Buon Dio ce li tolga dai coyotes, sperando che i giovani siano meno vili, venduti e che abbiamo almeno dignità e morale...


Processo Mediaset, la Cassazione conferma la condanna a 4 anni di carcere

Dopo oltre 10 anni è arrivato il giorno della sentenza. Dopo quasi sette ore di camera di consiglio, la Suprema Corte conferma la condanna a 4 anni di carcere. Annullata l'interdizione dai pubblici uffici che dovrà essere ricalcolata. Vai allo speciale: ASSALTO GIUDIZIARIO

Conferma della condanna d’appello a quattro anni di reclusione e rinvio dell'interdizione dai pubblici uffici alla Corte d’Appello di Milano per rideterminare la pena. Dopo dodici anni di scontri giudiziari e politici è arrivato il giorno della sentenza al processo sui diritti tv Mediaset: dopo quasi sette ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione ha deciso di condannare Silvio Berlusconi e, insieme lui, dieci milioni di italiani che alle ultime elezioni hanno votato il Pdl.
Il Presidente della sezione feriale della corte di cassazione Antonio Esposito legge la sentenza del processo Mediaset



Oltre 10 anni di "scontri" giuridici e politici, prima del verdetto della Cassazione. Il Cavaliere ha atteso il verdetto della Suprema Corte a Palazzo Grazioli. Dopo che l’accusa ha chiesto la conferma della condanna per Berlusconi ma la riduzione da cinque a tre anni della pena accessoria dell’interdizione, ieri in Cassazione la parola era passata alle difese. "Manca nel tessuto della sentenza un elemento probatorio che Berlusconi possa aver partecipato al reato proprio", aveva detto uno dei due legali del Cavaliere, Niccolò Ghedini, aggiungendo che è stato un processo in cui "non c’è stata data possibilità di difenderci". "Nessuna prova è stata raccolta su ingerenze di Berlusconi nella gestione di Mediaset dal 1995 ad oggi" aveva spiegato anche l’avvocato Franco Coppi che ieri pomeriggio, per quasi due ore, aveva evidenziato gli interrogativi disseminati lungo i 94 motivi di ricorso alla Suprema corte.


Secondo Coppi, la sentenza d’appello "muove da un pregiudizio", cioè che "ci sia un meccanismo truffaldino ideato negli anni Ottanta, che sia stato ideato da Berlusconi". "Ma il reato non c’è", aveva detto chiedendo quindi l’annullamento della sentenza o un nuovo processo d’appello per derubricare il reato. Annullamento che non è arrivato. La Corte di Cassazione si è, infatti, limitata ad annullare la sentenza impugnata limitatamente alla condanna alla pena accessoria per l’interdizione temporanea per cinque anni dai pubblici uffici. L'articolo 12 del decreto legislativo stabilisce infatti che, in caso di condanna per frode fiscale si applica, come pena accessoria, "l’interdizione dai pubblici uffici per un periodo non inferiore a un anno e non superiore a tre anni". I giudici di Milano, censurati sul punto dalla Cassazione, avevano, invece, applicato le disposizioni generali in materia di interdizione dai pubblici uffici che, tra l’altro, stabiliscono che "la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni importa l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni", quanti ne erano stati previsti per il Cavaliere sia in primo che in secondo grado. Per quanto riguarda la pena in carcere, la Suprema ha rigettato, invece, il ricorso del Cavaliere.


Insomma, ingiustizia è fatta. "Non dirò a..." si è limitato uno dei legali dello studio Coppi.
A questo punto per rideterminare gli anni di interdizione dai pubblici uffici, Berlusconi dovrà subire un nuovo processo in Corte di Appello a Milano, da parte di una sezione diversa da quella che si espressa sul merito del processo sui diritti Mediaset. Processo che dovrebbe svolgersi in autunno. Per cui Berlusconi resterà senatore ancora per diversi mesi. Per il momento c'è solo una certezza: condannando Berlusconi, la Cassazione ha decapitato la democrazia.





Basta politica a colpi di processi

Mai il conflitto di poteri fu in così evidente contrasto con l'equilibro che essi dovrebbero mostrare


S'intende il 30 luglio come una data epocale: il passaggio da una fase all'altra, da una democrazia libera a una democrazia commissariata.
Nessun dubbio che l'attivismo della magistratura su questioni irrilevanti e contraddittorie, abbia come obiettivo di alterare la dialettica democratica e interferire sulle scelte autonome della politica.
Mai il conflitto di poteri fu in così evidente contrasto con l'equilibro che essi dovrebbero mostrare.
Il Parlamento ha maggioranza e opposizione dalla stessa parte. L'esecutivo è condizionato dalle decisioni della magistratura. La magistratura, più di sempre, stabilisce chi è abilitato a governare e chi no. Siamo arrivati alla legittimazione del condizionamento e della subordinazione dell'attività politica alle sentenze giudiziarie, con l'ipocrisia di affermare il contrario. Il sogno di Di Pietro, diventato realtà, quando Di Pietro è in sonno.
I processi a Berlusconi sono oggettivamente pretestuosi e risibili. Quello che ha la sua scadenza, come un giudizio di Dio, il 30 luglio, attribuisce a Berlusconi una consapevolezza e una responsabilità diretta che egli non aveva neppure quando era a capo delle sue aziende: resta inspiegabile come un gruppo paghi ogni anno quasi 500 milioni di tasse e si esponga al giudizio per tre milioni di supposta evasione. La condanna in primo grado per il Caso Ruby, come le condanne a Fede, Mora e Minetti, estendono la sfera della giurisdizione a quella della morale, in modo straordinariamente sbilanciato rispetto all'obbligatorietà dell'azione penale.
Nessuno persegue i documentati clienti di Ruby. E nessuno ricerca gli sfruttatori di prostitute anche minorenni che, quotidianamente, e facilmente reperibili, promuovono e alimentano questa attività a Milano e in tutta Italia. Qualunque commissariato di polizia può documentarlo.
Ma già si annunciano altri processi per mantenre il deputato nella permanente condizione di imputato. Tutti risibili e fasulli, con personaggi da operetta: Tarantini, De Gregorio, Lavitola.
Nessuna autorità politica e morale, non che difenda Berlusconi o lo riconosca come vittima, ma che stigmatizzi il movimento inutile, e che si muove nel vuoto di responsabilità inesistenti, da parte della magistratura.
Le povere ragazze che hanno visto «l'inferno» e hanno chiesto danni per una cena, sono state documentatamente pagate e mantenute da uomini maturi, in circostanze che nessuno ha voluto verificare.
Non si riconoscono parti lese, vittime, persone che abbiano patito danni, e per i quali il responsabile debba riparare o pagare. Non esistono denunce e riscontri se non di atti compiuti liberamente nella sfera privata.
Uno scandalo giuridico accompagnato dal silenzio di chi avrebbe dovuto denunciarlo, a partire dal presidente della Repubblica. Il presidente Cossiga avrebbe ridicolizzato una magistratura che lascia quotidianamente distruggere l'Italia con opere pubbliche inutili (vedi La Spezia) e si occupa d'indagare ciò che avviene nei letti di un cittadino, pur gravato di pubbliche responsabilità.
Un giorno si stabilirà che un ministro non può in camera sua leggere Justine del marchese De Sade o Petrolio di Pasolini. Siamo arrivati a legittimare l'azione della magistratura nelle sfere più intime e segrete, violando l'intimità delle persone e costringendole su stereotipi come «sfruttatori» e «prostitute». 
Mai la libertà era stata minacciata, come per indicare, attraverso una punizione esemplare, l'illegittimità di comportamenti del tutto estranei alla sfera penale, evidentemente scambiata con quella del pene.
L'indignazione dei moralisti ha frenato l'indignazione contro lo stupro e la violenza della legge, nella totale indifferenza dei radicali, in altre epoche attivissimi contro gli abusi, le storture e le perversioni dei magistrati (e ora, come madre di tutte le battaglie, preoccupati soltanto di garantire la possibilità di fumare in automobile: i diritti civili in fumo). 
Si registra che comportamenti di questo genere, da parte della magistratura inquirente, si erano verificati soltanto nell'infame Caso Braibanti (con la riduzione dell'amore e della libertà sessuale, in plagio), e in quello dell'Ultimo tango a Parigi, destinato alla distruzione dalla morbosa follia di inquirenti sessuofobi.
Nessuno può considerare reato la disponibilità sessuale, libera e spontanea di giovani donne, come di giovani uomini, per i quali, in particolare, si invocano tutte le garanzie.
Il caso Berlusconi, purtroppo inquinato dal giudizio sulla sua attività politica, è il documento della più violenta coercizione delle libertà individuali e dei diritti della persona, dai tempi delle spedizioni punitive delle squadracce fasciste contro gli omosessuali. Altro che omofobia. Qui si vogliono condannare le libertà sessuali di chiunque non si professi omosessuale. Nel qual caso egli ha diritto a tutti i desideri che vuole.
Che età avevano i ragazzi con i quali aveva rapporti sessuali Pasolini, che ne otteneva i favori in quanto professore? E fu naturalmente assolto in un Tribunale dell'Italia del 1950, più garantista e tollerante dell'Italia del 2013.
press@vittoriosgarbi.it

giovedì 11 luglio 2013

Magistratura vs Berlusconi: uno dei tanti assurdi processi

Ma sapevi che Berlusconi è stato processato anche per le STRAGI di Firenze e di Caltanissetta???
Lo so, tutto questo accanimento ha proprio l'aspetto di un vero e proprio GOLPE (in stile sudamerica o... nordafrica): senza carri armati ma con armi degne di Stalin e Lenin: certa magistratura politicizzata.

Vediamo ai fatti del giorno, il "processo Mediaset": ogni italiano arriva alla sentenza in Cassazione in 15-20 anni, per Berlusconi lo organizzano in meno di un mese...

Per chi vuole vederci chiaro, ecco un modo per farlo:


domenica 30 giugno 2013

Cosa cambiano gli italiani per reagire alla crisi?

L'Italia cambia sesso

Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso

Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c'è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un'impennata pazzesca. Per esempio, all'ospedale San Camillo di Roma, già noto per gli scarafaggi, c'è la fila per farsi cambiare i connotati. È più facile che rifare la carta d'identità. In pochi anni più di mille persone si sono rivolte all'ospedale romano per mutare sesso (nessun ex governatore): ogni due maschi in transito c'è una femmina che si fa maschio. Non manca qualche estroso pendolare o pentito che fa andata e ritorno. Inquieta sapere che il cambio di sesso ha riguardato pure centinaia di bambini sotto i sei anni; presumo non per un capriccio dei medesimi o dei genitori (volevo una femminuccia) ma per malformazioni.
Da dove nasce questo taglia e cuci? C'è l'idea che il corpo è mio e me lo decido io; autarchia sessuale. C'è il desiderio di rifiutare la realtà e la sorte ricevuta. C'è la voglia di vivere più vite in una. C'è l'indole a cambiar casacca (i soliti voltagabbana). C'è la vita come diritto e piacere, non come compito e responsabilità. C'è la patologia o la sofferenza di una vita vissuta contro se stessi. C'è la fuga da mogli o genitori. C'è l'epoca mutante. Sic trans... Per il Paese dell'inciucio la prossima tappa è l'ermafrodito col fallo laterale e la vagina pectoris. Vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca, anzi botte alla moglie e sesso ubriaco. Dai boxer al tanga, mutatis mutandis.

sabato 25 maggio 2013

Don Gallo: i funerali del prete-comunista


Funerali di Don Gallo, se la messa diventa una Festa dell'Unità

Da Bagnasco al transessuale Regina, da Paolo Ferrero ad Alba Parietti. Migliaia di persone per i funerali del prete dei No Global. L'omelia di Bagnasco interrotta da fischi e "Bella Ciao"

Da Angelo Bagnasco (duramente contestato) a Vladimir Luxuria. I funerali di Don Gallohanno messo insieme le due anime della sua lunga e discussa vita, la religione e la politica, che inevitabilmente hanno finito - anche questa volta - per scontrarsi.
Sono migliaia le persone, almeno seimila, che questa mattina hanno sfilato per le strade di Genova dalla Comunità di San Benedetto al Porto fino alla Chiesa del Carmine. Un lungo corteo di umanità varia che sembrava un testo scappato da una canzone di De Andrè: dall'ex parlamentare Vladimir Luxuria insieme alla transessuale Regina, animatrice delle notti in Versilia, al presidente Claudio Burlando, dal primo cittadino Marco Doria vicino a Dori Ghezzi accanto al segretario della Fiom Maurizio Landini, dai giornalisti Antonio Padellaro e Gad Lerner agli allenatori del Genoa Davide Ballardini e Giampiero Gasperini, da Alba Parietti al segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero. Tutti insieme per l'ultimo saluto al compagno Don Gallo, il sacerdote che alternava (e spesso sostituiva) il Capitale di Karl Marx al Vangelo degli Apostoli, il religioso che scriveva libri con l'ex Br Renato Curcio, amava i No Global e aveva scambiato l'altare per il palco di un comizio. Il prete degli ultimi - come amava definirsi lui - che spesso ha finito per flirtare con i potenti (rigorosamente di sinistra).
Sciarpe rosse, pugni alzati, magliette rosse, bandiere della pace e dei No Tav, striscioni dei centri sociali. Un funerale tra politica e polemiche, come non poteva non essere.
Durante l'omelia il cardinale Bagnasco è stato interrotto, mentre parlava "dell'attenzione agli ultimi" del sacerdote, da un coro che ha intonato Bella Ciao. Solo la signora Lilli, storica segretaria di Don Gallo, è riuscita a calmare gli animi: "Così mancate di rispetto allo stesso Gallo. Lui ha sempre creduto nella Chiesa". Poco dopo altre contestazioni. Mentre il cardinale ricordava il rapporto tra Gallo e Siri una salva di fischi ha interrotto nuovamente l'omelia. Il cardinale Siri infatti allontanò Don Gallo dalla Chiesa del Carmine proprio per arginare le proteste dei fedeli nei confronti di un sacerdote che preferiva la politica alla fede. Altra accoglienza per Don Ciotti, fondatore di Libera, che l'ha buttata in politica: "Don Andrea ha pianto per Carlo Giuliani. Così come si è indignato davanti alla base americana di Vicenza: ma cosa ce ne facciamo di quelle cose lì quando non abbiamo i soldi per i servizi sociali?".
Applausi scroscianti. 


Ai funerali di Don Gallo Luxuria fa la comunione

L'ex parlamentare e la trans Regina Satariano hanno ricevuto l'eucarestia dal cardinal Bagnasco

Scena curiosa quella a cui ha assistito chi era ai funerali di Don Andrea Gallo. Vladimir Luxuria e la rappresentante del movimento transgenere italiano Regina Satariano hanno ricevuto la comunione dal cardinale Angelo Bagnasco, come mostra un video del Secolo XIX.
Sia Luxuria che Satariano si sono avvicinate al cardinale per la comunione ricevendo l’ostia e ritirandosi poi in preghiera vicino all’altare, da dove hanno poi seguito la fine della cerimonia. Nella preghiera dei fedeli, Vladimir Luxuria aveva detto: "Grazie di averci dimostrato che una chiesa comprensiva, inclusiva, che non caccia via nessuno è possibile. Grazie di averci fatto sentire tutte noi creature transgender figlie di Dio". Tutta la chiesa aveva applaudito.
La Chiesa, peraltro - secondo quanto si apprende da fonti di Curia - non prevede un divieto circa la comunione di un transgender, mentre vieta che si possa comunicare una persona divorziata e risposata, perché quella persona, divorziando e risposandosi, ha violato un sacramento.

domenica 19 maggio 2013

Energie (davvero) alternative, quali?


Ricevo, ringrazio il nostro lettore e pubblico:



Segnalo il libro di Richard Muller, professore di Fisica all'Università di Berkeley, California.
Il libro si può trovare anche in edicola

Vi si dice, in particolare: 
"bisogna trovare una soluzione che consideri le fonti di energia alternative al petrolio e al carbone, vale a dire sia quelle rinnovabili sia quelle che rinnovabili non sono ma che per lungo tempo sono state riposte nel cassetto dell’oblio per questioni tecnologiche, economiche, o addirittura politiche, come nel caso del nucleare dopo gli incidenti di Chernobyl nel 1986 e di Fukushima nel 2011."
 E proprio dall’incidente all’impianto giapponese e alla perdita di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon al largo delle coste statunitensi nel Golfo del Messico avvenuta ad aprile 2010 è dedicato il primo capitolo, in cui Muller traccia un bilancio dei due eventi sulla base di fatti, numeri e calcoli, dimostrando che i racconti dei mezzi di comunicazione (tragedie epocali al limite del biblico) non corrispondono affatto alla realtà. Fukushima e perdita del greggio nel Golfo del Messico hanno certamente provocato danni gravi, spiega il fisico statunitense, ma non sono state catastrofi assolute, che avrebbero potuto giustificare la feroce critica di politici e opinione pubblica riguardo al nucleare e all’estrazione di carburanti fossili con nuove tecnologie.

Questo il mio commento riguardante i cosiddetti "media":
noi li consideriamo "mezzi di informazione", ma in realtà si ispirano quasi sempre alle tecniche "pubblicitarie", cioè suscitano, già dai titoli, emozioni intese ad indurre comportamenti economici (comprare il giornale, la rivista, o fare audience ad un canale TV) oppure politici (votare per chi si dice preoccupato dai problemi "ecologici"). I testi  scolastici e gli insegnanti si conformano alla moda: la scuola tradisce il suo compito principale, quello di sviluppare le capacità critiche dell'allievo.

Cordiali saluti,
P.S.

venerdì 17 maggio 2013

... e questi dovrebbero somministrare la GIUSTIZIA in Italia? Ahahah :D


Quei magistrati-voyeur a caccia di scene spinte. Se queste son domande...

Durante il processo Ruby, i giudici hanno trasformato il tribunale in un postribolo: ecco gli interrogatori più scabrosi

Trovati nella casa di un'olgettina, e catalogati come fonti di prova. Gli stessi per i quali l'ex direttore Emilio Fede - al telefono con la ragazza che era stata perquisita dalla polizia giudiziaria - se ne uscì con un icastico «Madonna di Dio, roba da pazzi». Era solo l'inizio. L'inizio di una discesa in picchiata nell'infimo del voyerismo, una corsa a grandi falcate verso l'osceno, un tuffo nello sprofondo del vizio privato offerto alla morbosità pubblica. Era il tempo delle intercettazioni, parole e parole tutt'altro che costumate che fecero il giro del mondo, a partire da quella da cui tutto ebbe inizio. Bunga bunga. Sembrò il fondo del baratro. Poi venne il processo. E si continuò a scavare.
Perché il Rubygate è stato anche questo. Un'aula di tribunale riempita di racconti da postribolo, una ricerca spasmodica del dettaglio scabroso. E del resto, non poteva che andare così. C'era da dimostrare che villa San Martino era una specie di bordello, che le ospiti di Silvio Berlusconi erano prostitute, e che ad Arcore ci andavano per esercitare la «professione». E così, grottesche e inevitabili, si sono sentite le domande della pubblica accusa - i procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno, e il pm Antonio Sangermano - sui toccamenti, gli spogliarelli, la carne scoperta, i seni e i glutei, l'abbigliamento intimo, le strusciate, le scene erotiche e i rapporti sessuali. A cui, il più delle volte, le ragazze hanno risposto con un «no». Nessun festino a luci rosse. Al massimo un po' di burlesque. Non l'avessero mai detto. «Sia gentile - è stato chiesto a una ragazza - descriva nel dettaglio l'abbigliamento burlesque per facilitarci la comprensione».
E insomma, sempre lì si va a parare. Domande tipo: «C'erano ragazze interamente spogliate?» (udienza del 24 maggio 2012). O ancora, «Si è mai intrattenuta in intimità con Berlusconi, intendendo rapporti sessuali?» (pm Sangermano, udienza dell'8 giugno 2012). Ma alle volte ci si mettono anche i giudici. Come quando - sempre a giugno - a testimoniare era stata chiamata Johanna Visan. «Accade qualche volta che la Minetti (Nicole Minetti, ex consigliere regionale lombardo, ndr) si sia spogliata. C'era la musica alta e qualcuna si sentiva di fare uno spettacolo». Il giudice Turri vuole i dettagli: «Cosa vuol dire che la Minetti si spogliava? Si toglieva la maglietta, la camicia, le mutande, il reggiseno?». «Le mutande no».
Messe una in fila all'altra, potrebbero riempire un romanzetto porno-soft. «Si è mai avvicinata all'onorevole Berlusconi toccando o facendosi toccare, segnatamente nelle parti intime, ovvero seno, vagina, fondoschiena?». «Che tipo di performance facevano le ragazze, si dimenavano tra loro?». «Durante gli spogliarelli come rimanevano le ragazze, nel senso quali e quanti indumenti toglievano?». «Ha visto dei palpeggiamenti? Ha assistito a interazioni connotate da contatti lascivi?». «Nel verbale dell'interrogatorio invece si parla di mani in mezzo alle gambe. Lei ha visto toccamenti di tale specie?». «Ricorda se le gemelle erano nude o vestite? Ah, erano seminude, descriva meglio». «Esclude che sia girata una statuetta (quella di Priapo, ndr) raffigurante un omino nudo con l'organo genitale sproporzionato rispetto alle dimensioni della statua?». Di fronte a un simile campionario, fa quasi tenerezza la domanda (processo Ruby-bis) sul bacio che la cubana Lisa Barizonte diede a Berlusconi. «Come fu?», chiede il giudice Anna Gatto. «Alla francese».

mercoledì 15 maggio 2013

"certa" magistratura: la vergogna nazionale!!!


Così fate strage dello Stato e della giustizia

Il Paese è allo sfascio ma i pm calpestano lo Stato e la giustizia. Le toghe non si rendono conto del danno che stanno facendo all'Italia: sono corresponsabili del conflitto con la politica

Egregi magistrati di Milano, posso dirvi la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, senza che mi picchiate con le vostre armi legali? Dirò semplicemente quel che vedo con i miei occhi. Ho provato vergogna per il processo Ruby.
Vergogna per la Giustizia, per la Magistratura, per l'Italia. 
Premetto. Sono nato e cresciuto in una cultura col forte senso dello Stato e della dignità delle istituzioni, il culto della Magistratura e il rispetto della legge. Ho tifato a suo tempo per Mani Pulite. E dall'altra parte sono stufo di vedere la politica dividersi sulle vicende private di Berlusconi, vorrei occuparmi d'altro e difatti non mi occupo quasi mai di giustizia e processi al Cavaliere.
Vorrei che tornassimo a occuparci di politica e di italiani, spero che si chiuda al più presto questa stagione balorda con i suoi protagonisti. Sulla vicenda Ruby mi sono fatto un'idea sgradevole della comitiva di cui si è circondato Berlusconi, non mi piaceva la mescolanza di luoghi e persone tra ruoli pubblici e feste private, statisti e papponi. Reputo deprimente quel gineceo sultanesco di sgallettate, arrampicatrici da spettacolo, mezze troiette, che ruotava intorno ad Arcore. Di tutto quel capitolo la cosa che reputo politicamente rilevante ed eticamente condannabile è l'elezione di Nicole Minetti a un incarico pubblico. Se serviva a ristorare la vita privata di Berlusconi sarebbe stato giusto che se ne fosse accollato lui, come per le olgettine, l'onere di stipendiarla. Noi che c'entriamo, le istituzioni che c'entrano, la politica che c'entra. 
Da tutte queste premesse si capisce che non ho nessuna simpatia per quel mondo e i suoi protagonisti. Ma trovo sconcertante che fior di magistrati antimafia debbano spendere il loro tempo, i nostri soldi, la giustizia, per accertare se durante le cene ci siano stati toccamenti o meno delle suddette sgallettate; se ci sia stato puttanesimo dilettantistico o professionale nelle sullodate squinzie. Tutto per misurare il grado di coinvolgimento personale, erotico, economico dell'ex premier nella vicenda. Potrei cavarmela dicendo che c'è sempre stato il lato B del potere, in politica e non solo, se penso pure a certi nostri regnanti della grande industria che navigavano tra coca e prostituzione. In passato citai testimonianze assolutamente attendibili sulla vita privata del primo re d'Italia, del tutto analoga anzi peggiore rispetto a quella di B. Si potrebbe dire la stessa cosa del più amato presidente degli Stati Uniti, e di fior di premier, leader e sovrani di mezza Europa. La magistratura non si è mai occupata di queste puttanate. De minimis non curat praetor, dicevano i romani: e se non se ne cura la pretura, figuriamoci un tribunale. E la politica è troppo importante per interdirla nel nome delle suddette puttanate o di fatti che potremmo definire bordel-line.
Potrei aggiungere la classica argomentazione che, come è risaputo, in questo processo non c'è una parte lesa, anzi tutte le parti, eccetto l'utilizzatore finale, ci hanno guadagnato e hanno agito in piena libertà e consapevolezza. Non c'è stata costrizione né raggiro né violenza, né può esserci la prova di qualunque atto sessuale compiuto con minori. Se non ci sono testimoni e i due presunti attori negano che vi sia stato qualunque atto sessuale, a cosa vi attaccate, chi è la vittima, di che cosa stiamo parlando? In realtà stiamo parlando di un clima godereccio, di corpi procaci e anziani arrapati, di canti, cene, forse qualche palpatina, con animazione nelle braghe di qualcuno. Sociologia del malcostume, non criminalità organizzata.
Ma si può, in un Paese devastato dalla criminalità e dall'illegalità, dove i reati restano quasi tutti impuniti e i detenuti restano in attesa di giudizio svariati anni; in un Paese piegato sulla sua crisi, che patisce il crollo delle sue imprese e la disoccupazione, che sta male mentre la politica sta avvitata su se stessa in fragilissimo equilibrio; si può - dicevo - perdere giorni, mesi, anni e mettere a repentaglio il precario assetto presente per questi stupidi festini e questi più stupidi, ipotetici toccamenti; dividere un paese, mortificare una classe dirigente, spaccare la politica, rischiare di far collassare definitivamente il paese, solo per «fargliela pagare» a quello lì che odiate; che - da voi massacrato - vi attacca da mattina a sera e per difendersi mobilita un partito con milioni di votanti, a scendere in piazza in suo sostegno? Ma vi rendete conto del danno incalcolabile che state facendo all'immagine, al corpo, alla salute e all'anima di questo Paese? Avete amplificato un risvolto privato che per carità di patria e pubblica decenza avremmo dovuto abbandonare alle piccole debolezze del genere umano. È stato invece un danno prolungato nel tempo: quanto è costato a noi italiani quel braccio di ferro su queste vicende quando B. era alla guida del governo? Quante energie sono state distratte e sottratte al governo del Paese, quante risorse si sono sprecate, quanti atti sono stati compiuti per difendersi da questo castello di accuse? Avete alimentato il conflitto a fuoco tra la magistratura e la politica e siete corresponsabili, con i promotori, delle marce parlamentari davanti ai tribunali; e messo in mezzo, tra i due poteri in lotta, l'esecutivo è finito in croce. Se fossi un vostro collega magistrato mi sentirei discreditato e offeso da questi processi. Ora mi auguro che qualcuno dal vostro organo di autogoverno, dalle istituzioni, perfino da sinistra, vi dica che così si uccide la Magistratura, la Democrazia e l'Italia. Naturalmente non solo ad opera dei tribunali, diciamo nel vostro gergo: concorso in strage. Quelle arringhe e quelle perizie surreali sui toccamenti hanno fatto toccare il fondo alla Giustizia italiana.
Come vedete, non ho tirato in ballo le favole di Ruby e su Ruby a cui non do credito, non ho tirato in ballo nemmeno la magistratura politicizzata e non ho sfoderato tutte le incongruenze, i misteri, le fughe di notizie o le notizie fuggite, che ci sono state. E non ho fatto nemmeno ironia su alcune gaffe (mi limito solo a ricordare che il Marocco è più a occidente dell'Italia; la furbizia di Ruby sarebbe orientale se lei fosse davvero egiziana come Mubarak).
Mi auguro che rispondiate come vi ho scritto io, a viso aperto, esprimendo una libera e argomentata opinione con le parole e non con le pistole giudiziarie. Io ho provato a dirlo con tutta la franchezza possibile, nel rispetto delle istituzioni, per amor patrio, deprecando gli errori, rispettando gli erranti. Chiedo solo il senso della realtà, l'umile senso della realtà. La verità, vi prego, solo la verità.

lunedì 13 maggio 2013

Quando si dice "mi sono rotto il... pene"!


UNA BRUTTA AVVENTURA

Sesso troppo focoso, 

gli si rompe il pene

Un trentaduenne operato d'urgenza 

all'ospedale di Chioggia dopo un 

rapporto con la compagna


Sesso troppo focoso: gli si 
rompe il pene

Un amplesso "troppo focoso" e il pene si rompe. Non lascia dubbi il referto medico compilato dal primario di Urologia dell'ospedale di Chioggia dopo la visita a un giovane di 32 anni arrivato in pronto soccorso raccontando di aver sentito un forte dolore seguito da un "chiaro rumore di rottura" mentre faceva sesso con la compagna. "Il trauma al pene", ha spiegato al Mattino di Padova il primario Giuseppe Tuccitto, "ha comportato la rottura di una membrana che ricopre i corpi cavernosi del membro, determinando un’abbondante fuoriuscita di sangue dalle sacche che sono molto irrorate durante l’erezione". Il giovane è stato operato d'urgenza.